L’arte della presentazione

Webinar dal vivo gratuito

Sono felice di offrirvi un webinar gratuito dal vivo, come promesso quando mi sono iscritto a questo gruppo, il titolo è:

L’arte della presentazione,

Come presentare un prodotto o un servizio a un pubblico.

In un’ora e mezza affronteremo questo tema cruciale, uno dei più sentiti del Public Speaking.

Investiamo tanto per arrivare a presentare i nostri prodotti che non possiamo inciampare davanti al pubblico!

Iscriviti qui al webinar che si terrà l’1/2/2018 alle 17.00:

https://goo.gl/ni3N9o

Iscrivendoti ti verrà inviato un estratto di “Davanti a Tutti”, riceverai cinque email con esercizi per migliorare le tue capacità oratorie e le news del sito. Chi volesse ulteriori informazioni può contattarmi qui: rluperini@davantiatutti.it

Lo stress fa bene!

Lo stress fa bene (forse), quindi buone notizie per gli amici stressati (me incluso)! Lo sostiene, in questo filmato di TED (sottotitolato in italiano), Kelly McGonigal  divulgatrice scientifica e “health psychologist”, ovvero una psicologa che studia gli effetti della psiche, del comportamento e della cultura, sulla salute . Il video è interessante per due motivi, per prima cosa il discorso della McGonigal è superbo: divertente, interessante, facile da comprendere, secondariamente sostiene che lo stress in sè non è dannoso ma è utile in certe circostanze. Ne ero convinto ed è particolarmente vero quando si parla di Public Speaking, e ho un gusto particolare ad attaccare i miti,  tra cui quello che vuole che per parlare in pubblico uno si debba rilassare.

Lo stress fa bene se non ti aspetti che faccia male

Nel discorso viene citata una ricerca importante:

Un’esperienza personale

Il motivo per cui non ho mai aderito alla scuola che vede lo stress come il nemico nasce dalla mia esperienza di formatore. Alcuni anni fa tenevo dei corsi sulla gestione dello stress in un ambiente molto stressato (un call center). Tra le varie cose facevamo dei test per misurare il livello di stress e di disagio. Tra questi test c’era la visione di un filmato che poteva dare un piccolo spavento, successivamente misuravamo il tempo necessario a normalizzare respirazione e battito cardiaco. Avevo notato che regolarmente le persone che ci mettevano di più a recuperare erano quelle convinte che lo stress fosse dannoso. Quando poi mi occupo di Public Speaking so per esperienza diretta che una buona dose di stress fa bene (non necessariamente legato a sentimenti negativi) anzi è necessario quando affronti un grande pubblico. Parlare in pubblico non è un comportamento naturale o quotidiano e quel tot di energia in più per sostenere una performance non abituale, se non te la da lo stress, chi può dartela?

L’ossitocina, ormone dello stress

Tornando al discorso la  McGonigal fa un’altra osservazione molto interessante:

… c’è una cosa che la gente non capisce dell’ossitocina. È un ormone dello stress… non agisce solo sul vostro cervello. Agisce anche sul vostro corpo, e uno dei suoi ruoli principali nel vostro corpo è proteggere il vostro sistema cardiovascolare dagli effetti dello stress.È un antinfiammatorio naturale. ...Questo ormone dello stress rafforza il cuoree la cosa fantastica è che tutti questi benefici fisici dell’ossitocina vengono aumentati dal contatto sociale e dal supporto sociale. Quando vi rivolgete ad altri sotto stress, che sia per cercare supporto o per aiutare qualcun altro, rilasciate maggiori quantità di questo ormone, la vostra reazione allo stress diventa più sana, e recuperate più velocemente …

Penso che ci sia molto da imparare e da riflettere su questo filmato che approfondisce argomenti ricchi di riflessi pratici. Sottolinea inoltre la responsabilità che ci si assume quando si fa formazioni comportamentale.

Pause nel public speaking: quando usarle

Le pause nel public speaking sono fondamentali. É un grande paradosso, ma il silenzio è lo strumento più potente di chi parla in pubblico. Esistono quattro tipi di pause, le vediamo in questo video.

Istintivamente uno pensa che se vuole un ascolto più attento, deve gridare, invece avviene il contrario. Si conferma ancora una volta che per il nostro cervello le cose che contano di più sono i cambiamenti e quindi se stai parlando il cambiamento più estremo è il silenzio.

Pause evidenziatrici

Sono le più note. Forse ti hanno detto che una pausa prima di fare un annuncio importante è fondamentale. É vero ma non è tutta lì la questione. In realtà una pausa funziona benissimo anche se è posta dopo un annuncio, richiamerà in ogni caso l’attenzione. Probabilmente ma non ho prove,questa seconda pausa è più utile utilizzarla con u uditorio attento, in fondo funziona proprio come un evidenziatore grafico e se uno non sta leggendo … su un uditorio un po’ distratto preferisco una bella pausa prima.

Pause di trasizione

Un’altro buon momento di fare una pausa è quando stai cambiando argomento. Ti sarà successo certamente a qualche congresso noioso, sei lì che ascolti perso nei tuoi pensieri e quando ti risvegli … non riesci più ad orientarti. Il relatore ha cambiato argomento, non te ne sei accorto e ritrovare il filo è quasi impossibile. Si può evitare a molto questo disorientamento ponendo una pausa tra due diverse sessioni del tuo discorso. Più il pubblico è poco concentrato più deve essere luna la pausa.

Pause di riflessione

Questa è la più ignorata delle pause ma, non solo è un ottimo strumento retorico, è anche una forma di rispetto per chi ascolta. Quando nel tuo discorso inserisci dele informazioni che il pubblico non conosce devi dare il tempo a tutti di ragionarci. L’assimmetria cognitiva è una caratteristica quasi costante del parlare in pubblico. Dico quasi perchè qualche furbone a volte parla di cose che conosce peggio del suo pubblico ma di solito non è così. Se decidi di parlare di qualche cosa è perchè la conosci  meglio di chi ti ascolta. Quindi, se dai una nuova informazioni la cui comprensione non è immediata, fai una pausa e dagli il tempo di riflettere anche nel caso ti appresti ad approfondire un po’ il concetto.

Molto ci sarebbe ancora da scrivere sule pause, lo vedremo nei prossimi post. Intanto se vuoi vedere i mei filmati sul parlare in pubblico prova qui: Storytelling facile, Posizioni di chiusura o sfida, Parlare di cambiamento

Storytelling? Facile come una favola

Storytelling facile?

Sembra che tutti siano alla ricerca dello storytelling, se ne parla spesso, quasi ogni articolo che riguarda la comunicazione, il marketing e il public speaking. E visto che non se ne può fare a meno fioccano gli schemi per facilitare la costruzione di storie. Ho trovato schemi in:4, 5, 9 fino a 10 passi e non credo sia un record. Mi sembra una cosa stana per due motivi: il primo è che come italiani ne raccontiamo continuamente, basta ascoltare due amici o due colleghi che chiacchierano. Quando si fa l’analisi della cultura aziendale si va a caccia di storie e non ho mai avuto difficoltà a trovarne, eppure … Il secondo motivo è che siamo stati tutti formati a raccontarne nella primissima infanzia, quando si imparano le cose che non si dimenticano.

Non ti sembra? Eppure ogni favola insegna uno schema di costruzione semplice, efficacie, perfetto.

Nel video in quattro minuti (ce la puoi fare! 🙂 ) vediamo come si struttura una fiaba e come si costruisce lo storytelling facile.

La struttura della fiaba

Pensa un momento a una qualunque fiaba e troverai che la storia è riconducibile a tre fasi:

  1. Ambientazione: inizialmente vieni introdotto nell’ambiente, il bosco e la povera casa di Hansel e Gretel, la casa della mamma di Cappuccetto Rosso, la reggia di Biancaneve. Insieme all’ambiente ti presentano il protagonista. La situazione  di solito è positiva o ameno meglio di quello descritto nella fase successiva.
  2. Complicazioni. La situazione precipita più o meno velocemente a causa dell’antagonista: La strega nel caso di Hansel, Gretel e Biancaneve, il lupo di Cappuccetto Rosso.
  3. Risoluzione. Poco prima della conclusione arriva il nostro eroe che risolve tutto o più raramente la risoluzione arriva ad opera del protagonista.

Questo schema è molto semplice, ampiamente metabolizzato da tutti e ha il vantaggio di ricordarci che se vuoi che la risoluzione sia al centro dell’attenzione, prima deve esserci il problema ( o pain per dirla con i web marketer) e che il problema, per essere un vero problema, segue un’età dell’oro. Le cose andavano benino, poi bene e andranno ancora meglio, non è storytelling,  è una noia.

 

Posizioni di chiusura o di sfida

Posizioni di chiusura o di sfida.

Come hanno avuto origine

Le posizioni di chiusura o di sfida come tutti gli altri gesti istintivi, appartengono a un retaggio antico. Ci si dimentica spesso che la comunicazione non verbale è stata il nostro unico linguaggio per millenni. Non solo, tutti noi abbiamo passato (almeno) il primo anno della nostra vita comunicando esclusivamente in modo non verbale. Quindi non stiamo considerando qualcosa di magico, fatto di molte “strane parole”, ma di un modo di comunicare adatto ai più basilari ed elementari contenuti.

Cosa significano le posizioni di chiusura o di sfida

Come vedrai nel filmato i gesti che oggi sono letti come di chiusura, dubbio, perplessità, sono in realtà gesti difensivi con un obiettivo molto pragmatico che è quello di evitare dei danni in caso di aggressione improvvisa. Quelli considerati di sfida comunicano all’altro la nostra mancanza di paura o volontà aggressiva. Anche se viene correttamente insegnato di evitarli in qualunque corso di comunicazione ( a meno che ovviamente il tuo scopo non sia quello di sfidare) hanno un uso moto interessante nella costruzione della propria autostima come puoi leggere in questo articolo.

Il resto lo trovi nel filmato .-)